Dott.ssa Maria Luisa Ruberto

Medico Specialista in Anestesia, Rianimazione, Terapia intensiva e del Dolore.

Categoria: Anestesia

Tecniche, farmacologia, monitoraggio e sicurezza perioperatoria.

  • Valutazione anestesiologica preoperatoria: tempi, organizzazione e aggiornamento clinico

    La valutazione anestesiologica preoperatoria serve a individuare i rischi legati alle condizioni del paziente, alla procedura chirurgica e all’anestesia, e a definire come gestirli. Comprende la raccolta della storia clinica, l’esame del paziente, la revisione delle terapie e degli accertamenti disponibili, la pianificazione dell’assistenza e il confronto con il paziente sulle opzioni proposte.

    La sua utilità dipende anche dal momento in cui viene effettuata. Identificare un problema modificabile quando manca tempo per intervenire limita le possibilità di trattamento e può rendere necessario rinviare l’operazione. Una valutazione molto anticipata, invece, richiede un aggiornamento perché le condizioni cliniche possono cambiare.

    L’organizzazione deve quindi rispondere a due esigenze: riconoscere precocemente ciò che richiede preparazione e verificare, in prossimità dell’intervento, che il piano sia ancora appropriato. Il riferimento principale è la chirurgia elettiva dell’adulto; nelle urgenze, valutazione e stabilizzazione devono essere adattate al tempo disponibile.

    Finalità della valutazione anticipata

    Una visita effettuata prima del ricovero consente di affrontare problemi che difficilmente possono essere risolti il giorno dell’intervento. Tra questi rientrano anemia, controllo insufficiente di una malattia cronica, sintomi cardiopolmonari da chiarire, difficoltà nella gestione dei farmaci e necessità di programmare un’assistenza postoperatoria particolare.

    L’anticipo permette anche di recuperare documentazione rilevante. Il referto di una precedente intubazione difficile, per esempio, può modificare la preparazione delle vie aeree. Conoscere la terapia antitrombotica consente di stabilire per tempo eventuali sospensioni e modalità di ripresa.

    La riduzione delle cancellazioni deriva da questo lavoro preparatorio. Il beneficio non dipende semplicemente dall’esistenza di un appuntamento ambulatoriale: occorre che i problemi rilevati abbiano un responsabile, un piano di gestione e una verifica dell’esito.

    Una valutazione che registra un’anomalia senza attivare gli interventi necessari può lasciare irrisolta la stessa criticità fino al giorno dell’operazione.

    Significato della finestra dei 30 giorni

    Le raccomandazioni europee aggiornate suggeriscono di effettuare la valutazione prima del giorno dell’intervento, preferibilmente nei 30 giorni precedenti. Nei pazienti ad alto rischio viene sottolineata la necessità di procedere il più precocemente possibile all’interno di questa finestra. È inoltre previsto un riesame aggiornato da parte dell’anestesista responsabile nelle 48 ore precedenti. Linee guida sulla valutazione preoperatoria dell’adulto.

    Il riferimento ai 30 giorni non deve essere interpretato come una scadenza biologica universale. Una visita effettuata 31 giorni prima non diventa automaticamente inutilizzabile, così come una visita recente non garantisce che il paziente sia rimasto stabile.

    La rilevanza delle informazioni dipende da ciò che descrivono. Una precedente reazione avversa all’anestesia rimane importante anche a distanza di anni. La comparsa di dispnea, invece, può rendere necessario rivedere un piano formulato pochi giorni prima.

    Questa finestra non implica neppure che lo screening debba iniziare soltanto nell’ultimo mese. Se sono prevedibili interventi di preparazione più lunghi, la loro attivazione può precedere la visita anestesiologica formale.

    Differenza tra screening, valutazione e aggiornamento

    Lo screening iniziale raccoglie le informazioni necessarie a stabilire priorità e modalità del percorso. Può essere effettuato mediante questionario, colloquio telefonico o raccolta strutturata della documentazione. Serve a identificare i pazienti che richiedono un approfondimento anticipato.

    La valutazione anestesiologica interpreta queste informazioni in relazione all’intervento. Definisce i problemi clinici, gli eventuali accertamenti utili, la gestione delle terapie e le necessità anestesiologiche e postoperatorie.

    L’aggiornamento vicino all’operazione verifica che non siano intervenuti cambiamenti e che le indicazioni siano state attuate. Non è necessariamente una ripetizione integrale di ogni attività precedente, ma richiede un riesame clinico effettivo.

    Questa distinzione chiarisce perché siano utili sia una valutazione anticipata sia una revisione recente: hanno funzioni diverse e complementari.

    Contenuto della revisione nelle 48 ore precedenti

    L’aggiornamento dovrebbe verificare nuovi sintomi, accessi in pronto soccorso, ricoveri intercorsi, modifiche delle terapie e risultati di accertamenti richiesti. Deve inoltre confermare che la procedura prevista non sia cambiata in modo tale da modificare il rischio.

    Occorre controllare anche gli aspetti operativi: comprensione delle istruzioni, gestione dei farmaci, disponibilità della documentazione e organizzazione dell’assistenza postoperatoria.

    Il riferimento alle 48 ore non significa che tutti gli esami debbano essere ripetuti in quell’intervallo. La necessità di nuovi accertamenti dipende dalla situazione clinica e dalla possibilità che il risultato modifichi la condotta.

    La revisione non elimina il controllo prima dell’anestesia. Un evento verificatosi dopo l’aggiornamento, come febbre, peggioramento respiratorio o assunzione non prevista di un farmaco, deve comunque essere considerato prima di procedere.

    Tempi necessari per correggere i problemi clinici

    L’anemia mostra perché l’identificazione precoce abbia conseguenze pratiche. Rilevarla permette di indagarne la causa, stabilire se esista una carenza correggibile e valutare il rapporto tra trattamento, perdita ematica prevista e urgenza chirurgica.

    Se viene scoperta soltanto nelle ultime 48 ore, il tempo per una correzione può essere insufficiente. In quella fase la decisione riguarda soprattutto la possibilità di procedere, modificare il piano o rinviare l’intervento; non si può presumere che un problema rilevante sia risolvibile immediatamente.

    Le indicazioni aggiornate nel 2025 sulla gestione perioperatoria dell’anemia raccomandano di identificarla precocemente nel percorso e di organizzarne diagnosi e trattamento con responsabilità definite. Questo orientamento sostiene l’avvio della preparazione già dopo la decisione chirurgica, senza attendere necessariamente il prericovero. Percorso perioperatorio dell’anemia, aggiornamento 2025.

    Lo stesso ragionamento organizzativo vale per altri problemi modificabili: il tempo utile dipende dall’intervento necessario. Recuperare un referto può richiedere pochi giorni; migliorare capacità funzionale o stato nutrizionale può richiedere un periodo più lungo.

    L’ottimizzazione deve comunque essere proporzionata. Un rinvio può comportare conseguenze sfavorevoli, soprattutto quando la malattia da trattare può progredire. Il beneficio atteso dalla preparazione va confrontato con il rischio dell’attesa.

    Identificazione del paziente ad alto rischio

    Il rischio perioperatorio deriva dall’interazione tra caratteristiche del paziente e procedura. Una chirurgia complessa può essere rischiosa anche in una persona senza importanti comorbilità. Un intervento meno invasivo può richiedere una preparazione articolata in un paziente fragile o con ridotta riserva cardiopolmonare.

    Nel testo di riferimento, la soglia di mortalità superiore al 5% viene utilizzata per descrivere alcune popolazioni ad alto rischio. Questa definizione va contestualizzata: una percentuale è interpretabile soltanto se sono specificati l’esito considerato, l’orizzonte temporale e lo strumento con cui è stata stimata.

    La classe ASA descrive le condizioni fisiche generali, ma non esprime da sola la probabilità individuale di complicanze. Non sostituisce la valutazione dell’intervento, della fragilità, dell’autonomia e della capacità funzionale.

    Anche il dato storico secondo cui una quota relativamente piccola di pazienti concentra la maggior parte dei decessi perioperatori deve essere letto nel contesto della popolazione studiata. Non rappresenta automaticamente la situazione attuale di ogni ospedale.

    Conseguenze organizzative della stratificazione del rischio

    Identificare un rischio elevato dovrebbe modificare il percorso assistenziale. Può rendere necessari un confronto multidisciplinare, ulteriori interventi di preparazione, un monitoraggio più intenso o la disponibilità di un posto in un’area ad assistenza maggiore dopo l’operazione.

    La valutazione multidisciplinare serve quando più competenze possono cambiare una decisione concreta. Il quesito deve essere esplicito: chiarire un sintomo, valutare la stabilità di una malattia, discutere un’alternativa chirurgica o definire l’assistenza successiva.

    Una richiesta generica di “nulla osta” rischia invece di produrre un documento senza risolvere il problema clinico. La consulenza è utile quando la risposta viene integrata nel piano perioperatorio.

    La scelta finale richiede il contributo del chirurgo, dell’anestesista, degli eventuali specialisti e del paziente. Devono essere considerati insieme beneficio dell’intervento, rischio della procedura, possibilità di ottimizzazione e conseguenze di un eventuale rinvio.

    Interpretazione degli studi sulla vicinanza della visita all’intervento

    Nel testo sono riportate associazioni tra valutazioni più vicine all’operazione e minore degenza, minori complicanze o minore ricorso alla terapia intensiva.

    Questi risultati non dimostrano che sia preferibile rinviare la prima valutazione agli ultimi giorni. Il momento della visita può dipendere dalla selezione dei pazienti, dal tipo di procedura e dall’organizzazione del centro. Gli stessi fattori possono influenzare gli esiti.

    Uno studio di piccole dimensioni, inoltre, può fornire stime poco precise e non trasferibili a tutte le popolazioni chirurgiche.

    Il dato sostiene l’utilità di informazioni aggiornate, ma non elimina il bisogno di tempo per la preparazione. Una valutazione precoce seguita da un controllo recente risponde a entrambe le esigenze.

    Benefici e limiti degli ambulatori preoperatori

    Gli ambulatori di valutazione anestesiologica possono coordinare accertamenti, istruzioni e decisioni che altrimenti verrebbero distribuiti tra accessi separati.

    Possono anche ridurre esami e consulenze non necessari, perché la richiesta viene collegata a un quesito clinico. La disponibilità di un numero maggiore di risultati non garantisce una valutazione migliore: conta la loro utilità per la gestione del paziente.

    Gli studi citati nel testo riportano associazioni favorevoli anche sulla mortalità. Questi risultati richiedono cautela nell’interpretazione causale. I pazienti valutati in ambulatorio possono differire dagli altri per urgenza, condizioni cliniche, accessibilità al percorso e caratteristiche dell’intervento.

    L’appaiamento statistico riduce alcune differenze osservabili, ma non elimina necessariamente tutti i fattori confondenti. È quindi più corretto descrivere un’associazione tra percorso preoperatorio e risultati, senza attribuire l’intera differenza alla sola visita.

    Significato del failure-to-rescue

    Il termine failure-to-rescue indica il decesso di un paziente che ha sviluppato una complicanza, nel contesto degli esiti e delle definizioni adottati dallo studio. Esamina quindi una dimensione diversa dalla semplice frequenza delle complicanze.

    Un percorso preoperatorio potrebbe ridurre alcuni eventi avversi, migliorare la selezione dei pazienti o programmare un’assistenza più appropriata. La capacità di riconoscere e trattare una complicanza dopo l’intervento dipende però anche da sorveglianza, personale, comunicazione e accesso alle cure.

    L’assenza di una differenza statisticamente significativa nel failure-to-rescue non dimostra che i due sistemi siano equivalenti. Può dipendere anche dal numero limitato di eventi o dalla precisione insufficiente della stima.

    Per valutare un servizio occorre quindi distinguere prevenzione delle complicanze, riconoscimento del deterioramento e trattamento delle complicanze già insorte.

    Utilizzo della telemedicina nel percorso preoperatorio

    La telemedicina può essere utilizzata per raccogliere la storia clinica, verificare i farmaci, discutere precedenti anestesie, consultare documenti e fornire istruzioni.

    Il vantaggio organizzativo consiste soprattutto nel ridurre spostamenti e accessi evitabili. Per essere efficace, il contatto deve avere una struttura definita, documentazione accessibile e la possibilità di convertire il percorso in una visita in presenza.

    Questionari standardizzati possono rendere la raccolta più uniforme. Una risposta positiva deve però attivare un approfondimento proporzionato. Il questionario identifica un possibile problema; non ne stabilisce automaticamente il significato.

    La selezione non dovrebbe basarsi soltanto sulla classe ASA. Contano anche sintomi, procedura prevista, precedenti difficoltà anestesiologiche, qualità delle informazioni disponibili e possibilità di comunicare in modo affidabile.

    Limiti della valutazione a distanza

    La visita virtuale non consente tutte le componenti dell’esame obiettivo. Anche la valutazione delle vie aeree mediante video ha limiti e non sostituisce sempre l’esame diretto.

    Nuovi sintomi, informazioni discordanti, documentazione insufficiente o necessità di esaminare il paziente possono richiedere un accesso in presenza. La possibilità di tale accesso deve essere prevista fin dall’inizio.

    Devono essere considerate anche le difficoltà tecnologiche, linguistiche, cognitive e sensoriali. Un percorso esclusivamente digitale può ridurre l’accessibilità proprio per alcuni pazienti che necessitano di maggiore supporto.

    Gli elevati livelli di soddisfazione riportati negli studi descrivono un aspetto importante dell’esperienza del paziente, ma non dimostrano da soli equivalenza clinica. Analogamente, tassi simili di cancellazione non escludono differenze nelle complicanze postoperatorie.

    Il confronto dovrebbe includere anche completezza della valutazione, necessità di visite aggiuntive, problemi non identificati e risultati dopo la dimissione.

    Confronto con gli orientamenti organizzativi attuali

    Gli orientamenti contemporanei di medicina perioperatoria collocano la valutazione all’interno di un percorso che comprende preparazione, decisione condivisa e pianificazione del recupero. Il Centre for Perioperative Care descrive la valutazione preoperatoria come punto di partenza per ottimizzazione e preabilitazione. Valutazione e ottimizzazione nella chirurgia dell’adulto.

    Un confronto utile riguarda quindi due modelli organizzativi, che possono coesistere in misura diversa nei servizi:

    AspettoPercorso concentrato sul prericoveroPercorso con preparazione anticipata
    Primo riconoscimento dei problemiVicino alla data operatoriaGià dopo la decisione chirurgica
    AccertamentiRischio di richieste concentrate negli ultimi giorniRichieste guidate dai problemi e dal tempo necessario
    Gestione delle anomaliePossibili rinvii tardiviTrattamento e verifica prima della conferma operativa
    Informazioni clinicheRaccolte in un singolo accessoRaccolte progressivamente e aggiornate
    Assistenza postoperatoriaDefinita talvolta a ridosso dell’interventoPianificata in base al rischio
    Contatti a distanzaEventuali e non sempre strutturatiIntegrati con criteri per la visita in presenza

    Questa tabella descrive differenze di organizzazione, non una ricostruzione uniforme della pratica italiana attuale. Per valutare un ospedale servono dati locali su tempi di accesso, rinvii, completezza della preparazione e risultati clinici.

    Informazione del paziente e documentazione delle decisioni

    La valutazione deve lasciare al paziente il tempo di comprendere le informazioni pertinenti e porre domande. Nei casi complessi, il confronto può richiedere più di un incontro.

    Il rischio deve essere spiegato in relazione agli esiti che interessano quella persona: complicanze, necessità di terapia intensiva, recupero funzionale, autonomia e possibilità di procedure aggiuntive. Una percentuale isolata può essere poco comprensibile se non viene contestualizzata.

    La documentazione dovrebbe riportare i problemi identificati, gli interventi previsti, le responsabilità, gli elementi ancora da verificare e il piano concordato.

    Le finestre temporali raccomandate per l’organizzazione clinica non devono essere automaticamente presentate come termini legali universali. Gli eventuali requisiti normativi e le procedure applicabili devono essere verificati nel contesto in cui viene erogata l’assistenza.

    Indicatori per valutare il funzionamento del percorso

    Il numero di visite effettuate misura il volume di attività, ma descrive solo parzialmente la qualità del servizio.

    Sono utili il tempo tra decisione chirurgica e primo screening, la quota di pazienti complessi identificati precocemente, il completamento degli interventi di ottimizzazione e la presenza di istruzioni farmacologiche comprensibili.

    Le cancellazioni devono essere analizzate per causa. Un rinvio motivato da un nuovo problema clinico non equivale a una cancellazione dovuta a un accertamento dimenticato o a indicazioni non comunicate.

    Devono essere considerate anche le ammissioni non programmate, le complicanze, l’esperienza dei pazienti e gli accessi aggiuntivi generati dal percorso. Il confronto nel tempo deve tenere conto della complessità della popolazione e degli interventi.

    Per ogni criticità rilevata, il sistema dovrebbe consentire di ricostruire chi ha ricevuto l’informazione, quale decisione è stata presa e quando ne è stato verificato l’esito.

  • Basse dosi di DOAC nella pratica anestesiologica perioperatoria

    Definizione di bassa dose di DOAC

    Gli anticoagulanti orali diretti, acronimo DOAC (e per qualche boomer ancora NOAC), comprendono farmaci come apixaban, rivaroxaban, dabigatran ed edoxaban. Sono farmaci utilizzati per ridurre il rischio di eventi tromboembolici, con meccanismi d’azione diversi rispetto agli antagonisti della vitamina K, come il coumadin e l’acenocumarolo. L’Apixaban, il rivaroxaban ed l’edoxaban sono inibitori diretti del fattore Xa, mentre il dabigatran è un inibitore diretto della trombina, cioè del fattore IIa.

    Per l’anestesista sapere che il paziente sta assumendo una bassa dose è essenziale. La gestione dei rischi emorragico da una parte e tromboembolico dall’altra che si fanno correre al paziente dipendono, non completamente, ma grandemente, da questa informazione: IL PAZIENTE ASSUME DOAC, SE SI A CHE DOSAGGIO?

    Quando si parla di “bassa dose” di un DOAC non si intende una dose genericamente piccola e perciò clinicamente trascurabile. Si intende invece una dose definita per una specifica indicazione.

    Le basse dosi dei DOAC vengono impiegate soprattutto in tre situazioni: la profilassi del tromboembolismo venoso dopo chirurgia ortopedica maggiore, la prevenzione della recidiva dopo trombosi venosa profonda o embolia polmonare, e la riduzione del rischio di eventi cardiovascolari maggiori in pazienti selezionati con malattia aterotrombotica.

    Apixaban a basse dosi

    Apixaban a basse dosi corrisponde al dosaggio di 2,5 mg due volte al giorno. Questo schema può essere utilizzato in pazienti che hanno già completato almeno sei mesi di trattamento anticoagulante per trombosi venosa profonda o embolia polmonare e nei quali si voglia ridurre il rischio di recidiva.

    La logica clinica è quella della prevenzione secondaria. Il paziente ha già avuto un evento tromboembolico venoso, ha ricevuto un trattamento anticoagulante iniziale più intenso e, successivamente, viene mantenuto in protezione con una dose ridotta. In questa fase l’obiettivo non è più trattare l’evento acuto, ma ridurre la probabilità che l’evento si ripresenti, cercando di contenere il rischio emorragico.

    Lo stesso dosaggio, 2,5 mg due volte al giorno, può essere utilizzato nella profilassi della trombosi venosa profonda dopo chirurgia ortopedica maggiore, in particolare dopo protesi totale d’anca o protesi totale di ginocchio. Questi interventi espongono il paziente a un rischio trombotico significativo per diversi motivi: trauma chirurgico, attivazione della coagulazione, immobilizzazione relativa, infiammazione postoperatoria e possibile riduzione temporanea della mobilità.

    Dal punto di vista anestesiologico, apixaban 2,5 mg due volte al giorno deve essere riconosciuto come una terapia anticoagulante attiva. Anche se il paziente assume una bassa dose, la programmazione di rachianestesia, anestesia peridurale, analgesia peridurale continua o blocchi profondi deve rispettare tempi di sospensione adeguati. È necessario conoscere l’orario dell’ultima assunzione, valutare la funzione renale, considerare eventuali farmaci associati e distinguere il contesto clinico in cui il farmaco è stato prescritto.

    Un paziente in profilassi dopo protesi di ginocchio non ha lo stesso rischio trombotico di un paziente con una storia di embolia polmonare. La dose può essere la stessa, ma l’indicazione cambia il bilancio clinico.

    Apixaban 2,5 mg due volte al giorno può essere anche una dose terapeutica ridotta per la prevenzione dell’ictus nella fibrillazione atriale non valvolare. Attenzione quindi che lo stesso numero di milligrammi non sottointende quindi sempre una profilassi.

    Rivaroxaban a basse dosi

    Per il Rivaroxaban ci sono più posologie che configurano “a basse dosi”. Prendiamo 10 mg una volta al giorno. Questo dosaggio può essere utilizzato per ridurre il rischio di recidiva di trombosi venosa profonda o embolia polmonare dopo almeno sei mesi di trattamento anticoagulante, quando è indicata una prevenzione prolungata delle recidive.

    Anche in questo caso si tratta di prevenzione secondaria. Il paziente non è nella fase acuta dell’evento tromboembolico, ma rimane esposto a un rischio residuo di recidiva. La scelta della dose richiede una valutazione individuale del rischio trombotico e del rischio di sanguinamento.

    Rivaroxaban 10 mg una volta al giorno può essere utilizzato anche nella profilassi del tromboembolismo venoso dopo protesi totale d’anca o protesi totale di ginocchio. Per l’anestesista, questo scenario è molto comune: il paziente ortopedico può ricevere profilassi anticoagulante nelle ore successive all’intervento, e la gestione dell’analgesia locoregionale deve essere coordinata con la somministrazione del farmaco.

    Questo aspetto è particolarmente rilevante quando è presente un catetere peridurale o quando si prevede la sua rimozione. La rimozione di un catetere neurassiale è una manovra emorragicamente significativa, tanto quanto posizionare un catetere. Per ridurre al minimo il rischio di sanguinamento nello spazio epidurale, che se significativo può dare compressione midollare o radicolare la tempistica di sospensione e ripresa del DOAC e di posizionamento o di rimozione del catetere deve essere pianificata con attenzione.

    Rivaroxaban a basse dosi associato ad aspirina

    Un’altra bassa dose di rivaroxaban è 2,5 mg due volte al giorno, associata ad aspirina a basso dosaggio, generalmente 75 o 100 mg una volta al giorno. Questo schema appartiene a un contesto diverso rispetto alla profilassi del tromboembolismo venoso.

    L’associazione può essere utilizzata in pazienti selezionati con malattia coronarica o arteriopatia periferica sintomatica ad alto rischio ischemico, con l’obiettivo di ridurre gli eventi aterotrombotici. Può riguardare anche pazienti con arteriopatia periferica dopo una rivascolarizzazione degli arti inferiori.

    Per l’anestesista, questo scenario richiede particolare attenzione perché il paziente assume una combinazione di anticoagulante e antiaggregante. La dose di rivaroxaban è bassa, ma l’associazione con aspirina aumenta la complessità del profilo emorragico.

    Un paziente con coronaropatia o arteriopatia periferica può avere anche un rischio cardiovascolare elevato, e sospendere la terapia senza una valutazione complessiva può esporlo a eventi ischemici.

    In valutazione preoperatoria bisogna chiarire l’indicazione alla doppia via antitrombotica, il tipo di intervento programmato e il rischio emorragico della procedura anestesiologica. La decisione va condivisa con chirurgo, cardiologo o medico prescrittore quando il rischio trombotico è rilevante.

    Dabigatran a basse dosi

    Il Dabigatran ha caratteristiche farmacologiche diverse dagli inibitori del fattore Xa. È un inibitore diretto della trombina ed è particolarmente dipendente dall’eliminazione renale. La funzione renale ha quindi un peso rilevante nella previsione della durata dell’effetto anticoagulante.

    In Europa il dabigatran è autorizzato nella profilassi dopo protesi elettiva d’anca o di ginocchio. Lo schema standard prevede 110 mg iniziali nel giorno dell’intervento, seguiti da 220 mg una volta al giorno dal giorno successivo. L’avvio richiede un’emostasi adeguata. Il RCP prevede schemi ridotti per specifici pazienti, in relazione a età, funzione renale e interazioni. La dose iniziale non deve essere confusa con il mantenimento e questi schemi non coincidono con quelli usati nella fibrillazione atriale. RCP Pradaxa.

    Il parametro da considerare è la clearance della creatinina, non solo la creatinina plasmatica. La creatinina isolata può essere fuorviante, soprattutto in pazienti anziani, sarcopenici o con massa muscolare ridotta. Due pazienti con la stessa creatinina possono avere funzioni renali molto diverse. Per le decisioni posologiche va utilizzata la clearance con il metodo previsto dal RCP; per dabigatran è indicata la formula di Cockcroft e Gault. Il valore di eGFR riportato dal laboratorio non è automaticamente intercambiabile con la clearance utilizzata per il dosaggio.

    Nel caso del dabigatran, una riduzione della funzione renale può prolungare significativamente l’esposizione al farmaco. Questo è importante prima di una tecnica neurassiale o di una procedura a rischio emorragico elevato. Se la clearance è ridotta, l’attività anticoagulante può persistere più a lungo del previsto anche a distanza dall’ultima assunzione.

    Bisogna inoltre considerare le interazioni farmacologiche. Dabigatran è substrato della P glicoproteina. Farmaci che inibiscono questo sistema di trasporto possono aumentare l’esposizione al dabigatran e quindi il rischio emorragico. Il RCP europeo controindica l’associazione con dronedarone o ketoconazolo sistemico: non si tratta soltanto di una cautela nei pazienti con insufficienza renale.

    Edoxaban a basse dosi

    Per edoxaban, la classificazione ASRA non individua un’indicazione a bassa dose analoga agli schemi profilattici qui descritti. Questo non significa che edoxaban non sia un anticoagulante rilevante nella pratica clinica o che non esistano riduzioni posologiche per determinate condizioni del paziente.

    Dal punto di vista pratico, quando edoxaban è presente nella terapia domiciliare, devono essere verificati indicazione, dose, orario dell’ultima assunzione, funzione renale, rischio trombotico, rischio emorragico della procedura e possibili interazioni. Una dose terapeutica ridotta non deve essere riclassificata automaticamente come profilattica.

    Ogni DOAC ha indicazioni, dosaggi, metabolismo, quota di eliminazione renale e modalità di gestione perioperatoria propri. Il nome della classe farmacologica è utile, ma non sufficiente per prendere decisioni anestesiologiche.

    Valutazione anestesiologica del paziente che assume DOAC a bassa dose

    Durante la visita anestesiologica preoperatoria e nei questionari somministrati ai pazienti è d’obbligo la domanda: assume anticoagulanti o anti aggreganti? Se la risposta è si, bisogna identificare il nome del farmaco, il dosaggio e l’orario di assunzione.

    E poi…auguri…. capire l’indicazione. Un DOAC a basse dosi può essere stato prescritto per profilassi dopo chirurgia ortopedica, per prevenzione secondaria dopo trombosi venosa profonda o embolia polmonare, oppure per riduzione del rischio cardiovascolare in un paziente con coronaropatia o arteriopatia periferica. Occorre inoltre riconoscere le riduzioni posologiche che vengono applicate in scenari particolari.

    Un’altro passaggio è valutare la funzione renale di quel paziente. Questo è particolarmente importante per il dabigatran, ma vale anche per gli altri DOAC. La funzione renale condiziona la durata dell’effetto anticoagulante e quindi il tempo che deve intercorrere tra l’ultima assunzione e una procedura invasiva.

    Fare un doppio check e sincerarsi che il paziente non assuma altri farmaci che possono modificare il rischio emorragico. Aspirina, altri antiaggreganti, farmaci antinfiammatori non steroidei, inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, alcuni antimicotici e antiaritmici possono aumentare il rischio emorragico o interferire con l’esposizione al DOAC.

    E poi, ultimo ma non ultimo è classificare il rischio emorragico della procedura chirurgica e della procedura anestesiologica. Una procedura superficiale in una sede facilmente comprimibile e una tecnica neurassiale richiedono valutazioni differenti, così come un blocco periferico superficiale e un blocco profondo in sede non facilmente comprimibile.

    Quindi, ricapitolando

    Il nome del farmaco …Apixaban, rivaroxaban, dabigatran ed edoxaban …

    Il dosaggio …apixaban 2,5 mg due volte al giorno, rivaroxaban 10 mg una volta al giorno o rivaroxaban 2,5 mg due volte al giorno associato ad aspirina.

    L’orario di assunzione.

    L’indicazione …Profilassi dopo protesi, prevenzione secondaria dopo tromboembolismo venoso, coronaropatia, arteriopatia periferica e fibrillazione atriale non sono situazioni equivalenti.

    La funzione renale …Nei pazienti fragili, anziani o con peso estremo, la sola creatinina può non essere sufficiente.

    La terapia concomitante …Con particolare attenzione ad aspirina e altri antiaggreganti, farmaci antinfiammatori non steroidei.

    Tecniche neurassiali e DOAC a basse dosi

    La gestione delle tecniche neurassiali nei pazienti che assumono DOAC richiede particolare prudenza. Rachianestesia, anestesia peridurale, analgesia peridurale continua e rimozione di cateteri peridurali sono procedure nelle quali un sanguinamento, anche raro, può avere conseguenze gravi.

    Il rischio temuto è l’ematoma spinale o epidurale. Si tratta di una complicanza rara, ma potenzialmente grave, perché può causare compressione neurologica e deficit permanenti se non riconosciuta e trattata rapidamente.

    Le basse dosi dei DOAC possono richiedere tempi di sospensione diversi rispetto alle dosi alte, secondo le raccomandazioni delle linee guida utilizzate. Prima di eseguire una tecnica neurassiale bisogna avere un intervallo sufficiente dall’ultima assunzione, adeguato al farmaco, alla dose, alla funzione renale e al rischio procedurale.

    La ripresa del DOAC dopo una tecnica neurassiale deve essere altrettanto pianificata. Il farmaco non deve essere ripreso automaticamente senza considerare il momento della puntura, la presenza di un catetere, l’orario previsto per la sua rimozione e l’emostasi chirurgica. La gestione deve essere tracciabile nella documentazione anestesiologica.

    Particolare attenzione va posta ai pazienti che ricevono più farmaci antitrombotici. L’associazione rivaroxaban 2,5 mg due volte al giorno più aspirina richiede di considerare l’effetto combinato sulle vie dell’emostasi.

    Blocchi periferici profondi e sedi non comprimibili

    La gestione dei DOAC riguarda anche i blocchi periferici profondi o eseguiti in sedi difficilmente comprimibili. Il sanguinamento può essere rilevante anche in assenza di un coinvolgimento dello spazio neurassiale.

    Per i blocchi profondi del plesso o dei nervi periferici, come il blocco profondo del plesso lombare, le raccomandazioni ASRA applicano gli intervalli previsti per le tecniche neurassiali. Per gli altri blocchi occorre considerare vascolarizzazione, comprimibilità e conseguenze di un eventuale sanguinamento. La classificazione dipende dalla tecnica e dalla sede anatomica.

    Un blocco superficiale in sede comprimibile ha un profilo diverso da un blocco profondo vicino a strutture vascolari importanti. La presenza di una bassa dose di DOAC non elimina la necessità di valutare profondità, possibilità di compressione, riconoscibilità dell’ematoma e disponibilità di monitoraggio postprocedurale.

    Profilassi postoperatoria e coordinamento con analgesia locoregionale

    Nel paziente ortopedico, la profilassi antitrombotica postoperatoria è spesso necessaria. Protesi d’anca e protesi di ginocchio sono interventi ad alto rischio tromboembolico, e i DOAC possono essere utilizzati come parte della strategia di prevenzione.

    La presenza di analgesia locoregionale impone un coordinamento preciso. In presenza di un catetere neurassiale, il DOAC non deve essere somministrato durante la sua permanenza. La ripresa va pianificata dopo la rimozione e dopo l’intervallo appropriato al farmaco e alla dose, verificando anche l’emostasi chirurgica. Anche i cateteri periferici profondi richiedono una gestione coerente con le raccomandazioni applicabili.

    La prescrizione della profilassi antitrombotica e la gestione anestesiologica devono essere integrate. Chi prescrive il DOAC deve sapere se è presente un catetere neurassiale. Chi rimuove il catetere deve sapere quando è stata somministrata l’ultima dose. Chi assiste il paziente nel postoperatorio deve sapere quando è prevista la dose successiva.

    Orario di ultima assunzione, orario della procedura anestesiologica, eventuale posizionamento del catetere, orario di rimozione e orario previsto di ripresa dell’anticoagulante devono essere registrati in modo leggibile. La sicurezza dipende anche dalla continuità delle informazioni.

    Differenza tra rischio trombotico e rischio emorragico

    Le regole temporali della gestione dei DOAC devono essere inserite in una valutazione del rischio individuale.

    Il rischio trombotico dipende dall’indicazione al farmaco. Un paziente che assume apixaban 2,5 mg due volte al giorno dopo un episodio remoto di trombosi venosa profonda può avere un rischio diverso da un paziente con neoplasia attiva o storia di recidive multiple. Un paziente che assume rivaroxaban più aspirina per arteriopatia periferica sintomatica può avere un rischio aterotrombotico rilevante, soprattutto dopo una recente rivascolarizzazione.

    Il rischio emorragico dipende dalla procedura chirurgica, dalla tecnica anestesiologica, dalla sede anatomica, dai farmaci associati, dall’età, dalla funzione renale, dalla funzione epatica, dalla conta piastrinica e da eventuali alterazioni dell’emostasi.

    Una sospensione insufficiente può lasciare un’attività anticoagulante incompatibile con la procedura prevista. Una sospensione eccessivamente prolungata può esporre il paziente a un intervallo evitabile senza protezione antitrombotica. Il piano deve precisare sia l’interruzione sia la ripresa della terapia.

    Fonti

    ASRA, quinta edizione delle linee guida sulla gestione dell’anestesia regionale nei pazienti in terapia antitrombotica.

    EMA, Eliquis: riassunto delle caratteristiche del prodotto.

    EMA, Xarelto: indicazioni e informazioni sul prodotto.

    EMA, Pradaxa: riassunto delle caratteristiche del prodotto.